"Il libro dell'arte"
di Cennino Cennini
CAPITOLO CXIII
Come si dee incominciare a lavorare in tavola, o
vero ancone.
Ora vegniamo al fatto del lavorare in ancone, o
vero in tavola. Prima vuole essere l'ancona lavorata
d'un legname che si chiama arbero o vero povolare(1)
che sia ben gentile, o tiglio, o saligàro. E prima abbi
il corpo dell'ancona, cioè i piani; e pricura se v'è
groppi magagnanti(2),
o se l'asse fusse niente unta, fa'
tagliare tanto dell'asse che l'untume vada via; ché
mai non ti potrei dare altro rimedio.
Fa' che 'l legname sia ben secco; e se fusse figure
di legname o foglie, che le potessi far bollire in caldaia
con acqua chiara, mai quel legname non ti farebbe
cattiviera di sfenditure.
Ritorniamo pure ai groppi, o ver nodi, o altre man-
canze ch'avesse il piano della tavola. Togli colla di
spicchi forte, tanto che un mugliuolo o ver bicchiere
d'acqua faccia scaldare e bollire due spicchi in uno
pignattello netto d'unto. Poi abbi in una scodella se-
gatura di legname intrisa di questa colla; empine i
difetti de' nodi e rispiana con una stecca di legno, e
lasciala stare. Poi con una punta di coltellino radi,
che torni gualiva all'altro piano. Va' ancora pricurando
se v'è occhio o punta di ferro ch'avanzasse il piano,
sbattilo ben dentro infra l'asse. Abbi poi con colla
pezzuoli di stagno battuto come quattrini, e cuopri
bene dove è ferro: e questo si fa, perché la ruggine del
ferro non possa(3)
mai sopra il gesso. El piano dell'an-
cone non vuole essere troppo pulito.
Note -------
1. arbero o vero povolare:
<<albero>> o <<albera>> è detto
dai Veneti il pioppo.
Povolare viene dal latino populus (=pioppo).
2. magagnanti: difettosi.
Dal verbo veneto magagnar (= difettare, guastare).
V. Boerio, Dizioario veneziano, Venezia, 1856.
3. non possa: non affiori.
Abbi prima colla fatta di mozzature di carte pecorine,
bollita tanto che rimanga delle tre parti l'una.
Tastala colle palme delle mani; e quando senti che
l'una palma s'appicca coll'altra, allora è buona.
Colala due o tre volte. Poi abbi in una pignatta, mezza di
questa colla, e 'l terzo acqua, e falla ben bollire.
Poi con un pennello di setole, grosso e morbido, da'
di questa colla su per la tua ancona, o sopra fogliami,
civori o colonegli(4), o iò che lavoro,
fosse
che abbia a 'ngessare; poi la lascia seccare.
Togli poi della tua prima colla forte, e
danne col tuo pennello due volte sopra il detto lavoro,
e lascia sempre seccare dall'una volta all'altra; e ri-
mane incollata perfettamente. E sai che fa la prima
colla? Un'acqua che viene a essere men forte; e ap-
punto come fussi digiuno e mangiassi una presa di
confetto, e beessi un bicchiere di vino buono, ch'è
uno invitarti a disinare, così è questa colla: è un farsi
accostare il legname a pigliare le colle e gessi.
Note -------
4. colonegli: colonnette.
CAPITOLO CXIV
Come si de' impannare in tavola.
Incollato che hai, abbi tela, cioè panno lino vec-
chio, sottile, di lesco(1) bianco, senza unto di
nessun
grasso. Abbi la tua colla migliore; taglia o straccia
listre(2) grandi e piccole di questa tela; inzuppale
in
questa colla; valle distendendo colle mani su per li
piani delle dette ancone; e leva prima via le costure,
e colle palme delle mani le spiana bene, e lasciale
seccare per due dì. E sappi che lo incollare e inges-
sare vuole essere il tempo alido(3) e ventoso.
Vuole es-
sere la colla più forte di verno che di state; ché di
verno
el mettere d'oro vuole essere il tempo umido e piovoso(4).
Note -------
1. lesco: filo; dall'antico
tedesco Liska.
2. listre: liste, strisce.
3. alido: arido, secco.
4. L'uso delle tele
incollate sulle tavole da dipigere
risale ad epoche molto remote.
Tra le più antiche testimonianze abbiamo certi sarco-
faghi egizi nei quali si è trovata della tela di lino
applicata sul legno e sopra alla tela della cola e del gesso
su cui venne poi dipinto; questi dipinti, detti
del Fayoum, sono d'epoca tardoromana. Esempi medie-
vali di una simile preparazione delle tavole si
possono vedere in vari quadri scrostati che lasciano
intrawedere le tele, come in una pala di scuola
toscana del XV secolo conservata nella Pinacoteca di Lucca.
CAPITOLO CXV
In che modo si debbe ingessare un piano di tavola, a stecca,
di gesso grosso.
Quando l'ancona è ben secca, togli una punta di
coltellino a modo d'una mella(1), che rada bene;
e va'
cercando per lo piano se truovi noccioletto o cocitura(2)
nessuna, e togli via. Poi abbi gesso grosso, cioè volte-
riano(3), ch'è purgato ed è tamigiato
a modo di farina.
Mettine uno scodellino in sulla prieta proferitica, e
macina con questa colla bene, per forza di mano, a
modo di colore. Poi li raccogli con istecca, mettilo in
sul piano dell'ancona, e con una stecca ben piana e
grandicella ne va' coprendo tutti i piani; e dove puoi
darne di questa stecca, sì 'l fa'. Poi abbi di questo
cotal gesso macinato; scaldalo; togli un pennelletto
di setole morbido, e danne di questo gesso sopra le
cornici e sopra le foglie, e così ne' piani, di stecca.
Negli altri luoghi e cornici, ne da' tre o quattro volte;
ma ne' piani'non se ne può dar troppo. Lascialo sec-
care per due o tre dì. Poi abbi questa mella di ferro;
va' radendo su per lo piano. Fa' fare certi ferretti che
si chiamano raffietti(4), come vedrai a' dipintori
di più
ragioni fatti. Va' ritrovando ben le cornici e fogliami,
che non rimangano pieni; se' no gualivi; e fa' che ge-
neralmente ogni difetto di piani e di mancamento di
cornici si medichino di questo ingessare.
Note -------
1. mella: raschiatoio a
forma di lamina.
2. cocitura: deriva
forse da coccia (= enfiatura,
protuberanza).
3. gesso grosso, cioé
volteriano: è l'alabastro gessoso, che si
trova nella zona di Volterra.
Esso è una pietra da gesso tenera, granulare,
saccaroide, compatta, d'aspetto simile al marmo, trasparente
quando ha spessore non troppo grosso. Può venire ridotta
facilmente in polvere mediante macinazione.
4. raffietti: raschietti
uncinati.
CAPITOLO CXVI
Come si fa il gesso sottile da ingessare tavole.
Ora si vuole che tu abbi d'un gesso el quaie si chiama
gesso sottile(1); el
quale è di questo medesimo gesso,
ma è purgato per bene un mese, tenuto in molle in
un mastello. Rimena ogni dì l'acqua, che quasi si
marcisce, ed escene fuori ogni focor di fuoco, e viene
morbido come seta. Poi si butta via l'acqua, fassene
come pane, lasciasi asciugare; e di questo gesso si
vende poi dagli speziali a noi dipintori. E di questo
gesso s'adopera a ingessare, per mettere d'oro, per
rilevare e far di belle cose.
Note -------
1. gesso sottile: gesso spento
in acqua. Il Ms. bolognese dà la
seguente ricetta per prepararlo:
<< A fare gesso suctili: piglia la chiavarda del gesso
lucido e metila a mollo in un vaso, sì che l'aqua stia di so-
pra al gesso, e miscola molto bene omne dì 3 o 4 volte,
e in capo de 5 dì tolli una stacia e cola fora l'aqua:
e se tu la triti, serà più subtili.
De poi fanne pagnetti e meetile sopra coppi novi, o vero matone, a
ciò che se sciugano. Poi la ripone e fino che se sciugano
guarda non vi vada polvere ne altra bructura, e serà
bello gesso subtili>>.
CAPITOLO CXVII
Come s'ingessa una ancona(1)
di gesso sottile, e a che modo
si tempera.
Come tu hai ingessato di gesso grosso, e raso bene
pulito, e spianato bene e dilicatamente, togli di questo
gesso sottile; a pane a pane mettilo in una catinella
d'acqua chiara; lascialo bere quant'acqua e' vuole.
Poi il metti a poco a poco in sulla prieta proferitica e,
senza mettevi altr'acqua dentro, perfettissimamente il
macina nettamente. Poi 'l metti in su 'n on pezzo di
panno lino, forte e bianco; e così fa' tanto che n'abbi
tratto un pane. Poi el rinchiudi in questo panno, e
strucalo(2) bene, che
1'acqua n'esca fuori quanto più si
può. Quando n'hai macinato quanto ti fa per bisogno
(che ti conviene avvisarti, per non avere a fare di
due ragion gessi temperati, che non ti gitterebbe buona
ragione), abbi di quella medesima colla, di che hai
temperato il gesso grosso; tanta se ne vuole far per
volta, che temperi il gesso sottile e grosso. E vuo!e
essere il gesso sottile temperato meno che 'l gesso
grosso. La ragione? che il gesso grosso e' tuo fonda-
mento d'ogni cosa. E per tanto el ti viene bene a ra-
gionare, che non potrai strucare tanto il gesso sottile,
che qualche poco non vi rimanga d'acqua. E per
questa cagione fa' arditamente una medesima colla.
Abbi una pignatta nuova, che non sia unta; e se fusse
invetriata, tanto è migliore. Togli il pane di questo
gesso, e col coltellino il taglia sottile, come tagliassi
formaggio; e metti in questa pignatta. Poi vi metti
su della colla; e colla mano va' disfacciendo questo
gesso, come facessi una pasta da fare frittelle, piana-
mente e destramente, che non ti facci spiuma. Poi
abbi una caldare d'acqua, e falla ben calda, e mettivi
questa pignatta di gesso temperato(3).
E questa ti tiene
el gesso caldo e non bolle; che se bollisse, si guaste-
rebbe. Quando è caldo, togli la tua ancona; e con
pennello di setole grossetto e ben morbido, intigni in
questa pignatta, e pigliane temperatamente, né troppo
né poco; e danne distesamente una volta su per li
piani e per cornici e per fogliami. E' vero che in que-
sta prima volta, come vai daendo, così colle dita e colla
palma della mano al tondo va' rispianando e fregando
su per lo gesso dove il poni: e questo ti fa incorporare
bene il sottile col grosso. Quanto hai fatto così, ritorna
da capo e danne distesamente una volta di pennello,
senza fregare più mano. Poi lascialo posare un poco,
non tanto che secchi in tutto; e ridanne un'altra volta
per l'altro verso, pur col pennello; e lascialo riposare
a modo usato. Poi ne da' un'altra volta per l'altro
verso: e per questo modo, sempre tenendo il tuo gesso
caldo, ne da' in su' piani per lo meno otto volte. In
fogliame e altri rilievi si passa di meno; ma in piani
non se ne può dar troppo; quest'è per cagione de
radere che si fa poi.
Note -------
1. ancona: tavola o polittico,
completi di cornici ed elementi deco-
rativi secondo i modi gotici e tardogotici della tradizione,
alla quale si rifà il Cennini.
2. strucalo: spremilo, voce dialettale veneta.
3. poi abbi una caldara d'acqua, e falla ben calda
e mettivi
questa pignatta di gesso temperato: indica i! modo di mettere
lo stucco a bagnomaria per mantenerlo a giusta temperatura e per
poterlo poi stendere agevolmente sulla tavola.
CAPITOLO CXVIII
Come si può ingessare di gesso sottile, none
avendo ingessato
prima di gesso grosso.
Ancora si può bene incollare due o tre volte, come
da prima ti dissi, cotali lavoriuzzi piccoli e gentili; e
darne solo di gesso sottile tante volte, quanto per pra-
tica vedrai che bisogno sia.
CAPITOLO CXIX
A che modo dèi temperare e macinare gesso sottile
da rilevare.
Ancora son molti che macinano il gesso sottile pur
con la colla e non con acqua. Questo è buono per in-
gessare dove non è ingessato di gesso grosso, che vuole
essere più temperato. Questo cotal gesso è molto buono
a rilevare foglie e altri lavorii, sì come è molte volte
per bisogno. Ma quando fai questo gesso da rilevare,
mettivi dentro un poco di bolio armenico(1),
tanto che
gli dia un poco di colore.
Note -------
1. bolio armenico: bolo armeno (v. Cap.IV, nota 2).
CAPITOLO CXX
A che modo dèi cominiare a radere un piano d'ancona
in-
gessato di gesso sottile.
Quando hai finito d'ingessare (che vuole essere finito
in un dì e, se bisogna, mettivi della notte, purché tu
dia le tue dòtte ordinate)(1), lascialo
seccare senza sole
due dì e due notti per lo meno: quanto el lasci più
seccare, tanto è meglio. Abbi una pezza con carbone
macinato, legata a modo di balluzza(2), e va' spolve-
rezzando su per lo gesso di questa ancona. Poi, con
un mazzo di penne di gallina o d'oca, va' spazzando
e gualivando questa polvere negra su per lo gesso. E
questo, perché il piano non si può radere troppo per-
fettamente; e perché il ferro è piano con che radi il
gesso, dove lievi riman bianco come latte. Allora t'av-
vedi dove è più bisogno e radere.
Note -------
1. purché tu dia le
tue dotte ordinate: << dotta >> è
vocabolo arcaico che significa ora, tempo. Perciò la frase va interpretata
come segue: << puché tu applichi (le diverse mani di stuco) a tempo
giusto>>.
2. baluzza: pallottola.
CAPITOLO CXXI
Si come si de' radere il gesso sottile su per li piani, e a che
è buona la detta raditura.
Abbi prima un raffietto piano e largo un dito, e
gentilmente va' intorno intorno al piano radente la
cornice una fià(1). Poi va' con la tua mella(2)
arrotata,
piana quanto puoi al mondo, e con leggier mano,
non tenendo la detta punta con nessuna strettezza di
mano, la va' fregando su per lo piano della tua ancona,
spazzandoti dinanzi il gesso con le dette penne. E
sappi che questa cotale spazzatura è fine a trarre l'olio
delle carte de' libri. E, per lo simile, con i tuo' ferretti
va' radendo cornici e fogliami, e va' pulendo sì come
fusse uno avorio. E alcuna volta, per fretta e per molti
lavoii ch'abbi, puoi pulire le cornici e fogliami pur
con una pezza lina, bagnata e strucata, fregandola
bene su per le dette cornici e fogliami.
Note -------
1. una fià: modo di
dire veneto che significa un pochino;
Cennini ha ridotto al femminile il vocabolo fià, ch'è
maschile, e significa fiato, respiro, alito.
2. mella: v. Cap. CXV,
nota I.
CAPITOLO CXXII
Come principalmente si disegna in tavola con carbone, e raf-
ferma con inchiostro.
Sendo ben raso il gesso e tornato a modo d'avorio,
la prima cosa che dèi fare, si vuole disegnare la tua
ancona o ver tavola con quelli carboni di salice, che
per addietro t'insegnai a farli(1). Ma vuolsi legare
il
carbone a una cannuccia o ver bacchetta, acciò che
stia di lungi dalla figura; ché molto ti giova in nel
comporre. E abbi una penna appresso; che quando
alcuno tratto non ti venissi ben fatto, che coi peli della
tua detta penna possi torlo via e ridisegnarlo. E di-
segna con leggier mano, e quivi aombra le pieghe e i
visi, come facessi col pennello, o come facessi con la
penna che si disegna, a modo si penneggiasse(2).
Quando
hai compiuto di disegnare la tua figura (spezialmente
che sia d'ancona di gran pregio, che n'aspetti guada-
gno e onore), lasciala stare per alcuno dì, ritornandovi
alcuna volta a rivederla, e medicare dove fusse più
bisogno. Quando a te pare stia presso di bene (che
puoi ritrarre e vedere, delle cose per altri buoni maestri
fatte, che a te non è vergogna), staendo la figura bene,
abbi la detta penna, e va' a poco a poco fregandola
su per lo disegno, tanto che squasi dimetta giù il di-
segno; non tanto però, che tu non intenda bene i tuoi
tratti fatti. E togli, in uno vasellino, mezzo d'acqua
chiara e alcune gocciole d'inchiostro(3); e con
uno pen-
nelletto di vaio puntìo va' raffermando tutto il tuo
disegno, Poi abbi un mazzetto delle dette penne, e
spazza per tutto 'l disegno del carbone, Poi abbi un'ac-
querella del detto inchiostro, e con pennello mozzetto
di vaio va' aombrando alcuna piega e alcuna ombra
nel viso. E così ti rimarrà un disegno vago, che farai
innamorare ogni uomo de' fatti tuoi.
Note -------
1. t'insegnai a farli: v.
Cap. XXXIII.
2. penneggiasse: disegnasse
con la penna.
3. inchiostro: nel
Medio Evo si facevano due tipi d'inchiostro; un
tipo era costituito da finissime particelle di carbone tenute in sospen-
sione con soluzione di gomma arabica o altra simile. Il carbone era
preferibilmente dato dal nerofumo; tuttavia si facevano inchiostri
anche col carbone ottenuto da sarmenti di vite (v. Cap. XXXVII, nota 3).
Questo carbone non rispondeva sempre ai requisiti richiesti perché
durante la carbonizzazione dei sarmenti, spingendo troppo il riscalda-
mento si arrivava ad un parziale incenerimento, con produzione di
nero troppo poco inteso; oppure, lasciando incompleta la carboniz-
zazione, restavano dei residui catramosi, conferenti un tono bruno
al pigmento.
L'altro tipo d'inchiostro si faceva frantumando delle galle di quer-
cia, contenenti molto acido gallico e tannico, e mescolando il loro
estratto acquoso con soluzioni di sali di ferro, specialmente del solfato
ferroso, detto allora vetriolo romano o tedesco. Dalla combinazione
si formavano il tannato e il gallato di ferro, inizialmente neri, ma sog-
getti ad imbrunirsi col tempo a causa d'una ossidazione spontanea
all'aria.
Ritengo interessante riprodurre la ricettta per fare uno di questi in-
chiostri, tratta dai notandissimi secreti di Giovan Ventura Rosetti
(Venezia, 1555).
Essa è intitolata: <<Questa è la partitione di fare inchiostro
fino.
Galla marmorigna lire 4
Gomma arabica lire 2
Vitriolo romano lire 1
Vin bianco lire 4o
Et insieme incorporate, et metteti al Sole, o al fuoco come a voi pare >>.
A chiarimento di quanto sopra ricordo che era detta << galla mar-
morigna >> la galla di Morea, di color bruno, prodotta sul cerro, con-
tenente circa 30% di tannini. Aggiungo ancora che << lira >> è
misura di peso e sta per << libbra >> (qui si intende più
precisamente
la << libbra sottile >>, corrispondente a grammi 301,2).
CAPITOLO CXXXI
Come si mette il bolio in tavola(1), e come si tempera.
Ritornando al nostro dir di prima,quando hai finito
di rilievare la tua ancona, abbiti bolio armenico, e
to'lo buono Accostalo al tuo labbro di sotto; se vedi
che s' attacchi, quello è fine. Ora ti convien sapere
fare Ia tempera perfetta a mettere d'oro. Abbi Ia chiara
dell'uovo in iscodella invetriata, ben netta. Togli una
scopa con più rami, tagliata gualiva e, come rompessi
Io spinace o ver minuto,(2) così rompi questa
chiara
tanto che venga piena la scodella d'una schiuma soda,
che paia neve. Poi abbi un bicchiere comune non
troppo grande, non tutto pien d'acqua ben chiara, e
mettila sopra la detta chiara della scodella. Lasciala
riposare e stillare dalla sera alla mattina. Poi con questa
tempera, macina il detto bolio tanto, quamto più puoi.
abbi una spugna gentile; lavala bene e intignila in
acqua ben chiara; priemila. Poi, dove vuoi mettere
d'oro, va fregando gentilmente con questa spugna
non troppo bagnata. Poi con uno pennello grossetto
di vaio stempera di questo bolio, liquido sì come ac-
qua, per la prima volta; e dove vuoi mettere d'oro e
dove hai bagnato colla spugna, va' mettendo di questo
bolio distesamente, guardandoti dalle ristate(3)
che fa
alcuna volta il pennello. Poi sta' un pezzetto: rimetti
di questo bolio nel tuo vaselletto, e fa' che sia la se-
conda volta con più corpo di colore, E per lo simile
modo ne da' la seconda volta. Ancora il lascia stare
un poco: poi vi rimetti su nel detto vasello più bolio,
e rimetti all'usato la terza volta, guardandoti dalle
ristate. Poi rimettii nel detto vasello più bolio, e per
lo simile modo da' la quarta volta: e per questo modo
rimane mettudo di bolio. Ora si vuole coprire con
tela ii detto lavoro, guardandolo quanto più puoi dalla
polvere e dal sole e dall'acqua.
Note -------
1. Come si mette il bolio
in tavola: la bellezza delle dorature
fatta con mordenti acquosi a base di bolo dipende inzialmente dal-
l'accuratezza e dalla maestria con cui questi sono stati preparati.
Mentre oggi i doratori si servono pe r lo più di mordenti forniti dall'in-
dustria e contenenti oltre al bolo armeno anche altre sostanze, non
sempre atte a dare una garanzia di perfetta riuscita, gli antichi do
ratori preparavano da se la miscela più adatta. Fonse una delle ragi
oni per cui_le dorature di quei tempi sono giunte a noi splen-
dide e brillantissime sta nel tipo di temperausata, che, come leggiamo
nella descrizione del Cennino, era fatta d'albume d'uovo ben sbattuto.
Altro motivo potrebbe cercarsii nella qualita del bolo. Dice il Nostro:
"accostalo al tuo labbro di sotto; se vedi ches'attacchi quello è
fine".
la caratteristica di allappare il labbro o la lingua è propria delle
ar-
gille molto ricche d'allumina; dunque vediamo che, sia pur empiri-
camente, si faceva fin dall'inizio delle operazioni una buona scelta
della materia prima. Ma a parte tutto questo, io credo che alla base
della perfetta riuscita delle anti_che, dorature si debba considerare an-
che quell' amore e quella dedizione al mestiere, che insieme coon la
tenace applicazione nelle botteghe dei maestri, era virtù degli
artigiani di un tempo.
2. minuto: in toscana
era detta "minuta" un'insalate verde fatta
di tante erbucce crude, saporite, odorose.
3. risate: fermate
CAPITOLO CXXXII
Altro modo da temperare bolio in tavola, da metter d'oro.
Ancora si può fare la detta tempera in un altro
modo. A macinare il bolo, tolli l'albume dell'uovo e
così intero il metti su la pietra proferetica.Poi abbi
il bolo spolverezzato: intridilo in queseto albume. Poi
el macina bene e sottilmente; e quando ti si risecca
infra le mani, aggiugni in sulla prieta acqua ben chiara
e netta, Poi, quando è ben macinato, temperalo cor-
rente a pennello, pur d'acqua chiara e, per lo simile
modo detto di sopra, ne da' sopra il tuo lavoro quat-
tro volte. Ed è a te più sicuro questo modo che altra
tempera, non avendo molta pratica. Cuopri bene la
tua ancona e guardala dalla polvere, come detto ho.
CAPITOLO CXXXIII
Come si può metter d'oro con verdeterra in tavola.
Ancora secondo che usavano gli antichi(1)
puo' fare;
cioè impannare di tela a distesa tutta la ancona in-
nanzi che ingessi; e poi mettere d'oro con verdeterra,
macinando il detto verdeterra a qual modo vuoi, di
queste due ragioni tempere,che di sopra t'ho insegnato.
Note -------
1. secondo che usavano gli antichi:
per "antichi" Cennini in-
tende quasi certamente i Bizantini, che formavano il piano da dorare
con terra verde, mentre in seguito si mise sempre l'oro su campiture
di bolo armeno, bruno o rosso, perchè risultava più solido.
Il Vasari afferma che il merito d'aver sostituito la terra verde col
bolo armeno nelle dorature spetta al suo conterraneo Margaritone
d'Arezzo (seconda metà del XIII sec.); ma in realtà questo
procedim
ento era noto anche in epoche precedenti; per tanto l'asserzione
del Vasari rientra in quella esagerata glorificazione che lo storico are-
tino riserbo al pittore suo concittadino.
CAPITOLO CXXXIV
Di che modo si mette l'oro in tavola.
Come viene tempo morbido e umido, e tu voglia
mettere d'oro abbi la detta ancona riversciata(1)
in su
due trespoli. Togli le penne tue: spazza bene; togli
un raffietto; va' con leggier mano cercando il campo
del bo!io Se nulla puzza,(2)
e nocciolo o granellino vi
fusse, mandalo via. Piglia una pezza di lesca di panno
lino, (3) e va' brunendo
questo bolio con una santa ra-
gione. Ancora brunendolo con dentello,(4)
non può
altro che giovare. Quando l'hai così brunito e ben
netto, togli un migliuolo presso a pieno d'acqua chiara
ben netta, e mettivi dentro un poca di quella tempera
di quella chiara dell'uovo. E se fusse niente stantia,
tanto è migliore. Rimescola bene in nel migliuolo con
la detta acqua; tolli un pennello grossetto di vaio,
fatto di puntole di codole, come dinnanzi ti dissi;
tolli il tuo oro fine, e con un paio di mollette o vero pin-
zette, piglia gentilmente il pezzo dell'oro. Abbi una
carta tagliata di quadro, maggiore che 'l pezzo del-
l'oro, scantonata da ogni cantone, Tiella in man si-
nistra e con questo pennello, con la man diritta, ba-
gna sopra i! bolo tanto, quanto de' tenere il detto
pezzo d'oro che hai in mano. E qualivamente(5)
bagna,
che non sia più quantità d'acqua più in un luogo che
in un altro. Poi gentilmente accosta l'oro all'acqua
sopra il bolio; ma fa' che l'oro esca fuori della carta
una corda(6), tanto
che la paletta della carta non si
bagni. Or, come hai fatto che l'oro tocchi l'acqua, di
sibito(7)e presto tira
a te la mano con la paletta. E se
vedi che l'oro non sia in tutto accostato all'acqua,
togli un poco di bambagia nuova e, leggieri quanto
puoi al mondo calca il detto oro'. E così metti per
questo modo degli altri pezzi. E quando bagni per lo
secondo pezzo, guarda d'andare col pennello sì ra-
sente il pezzo mettuto, che l'acqua non vada di sopra.
E fa' che soprapponga con quel che metti, quel ch'è
messo, una corda(8);
prima alitando sopra esso, perchè
l'oro s'attacchi in quella parte dov'è soprapposto prima.
Come hai mettudo da tre pezzi, ritorna a calcare con
la bambagia il primo, alitando sopr'esso, e dimostre-
ratti se ha di bisogno di niuna menda. Allora t'appa-
recchia un cuscinello grande come un mattone, o ver
pietra cotta, cioè un'asse ben piana, confittovi su un
cuoio gentil, ben bianco, non unto, ma di que' che si
fa i soiatti(9). Chiavalo
ben distesamente e riempi, tra
'l legno e 'l cuoio,di cimatura(10).
Poi in su questo tale
cucinello(11) mettivi
sopra un pezzo d'oro ben disteso, e
con una mella(12) ben
piana tagli il detto oro a pezzuoli,
come per bisogno ti fa alle mende che riman
gono. Abbi un pennelletto di vaio con punta, e colla
detta tempera bagna le dette mende; e così bagnando
co' labbri un poco da capo l'asticciuola del pennello
sarà sufficientea pigliare el pezzolino dell'oro e
metterlo sopra la menda. Quando hai fornito i pian ben,
che a te sta di metterne si' che per quel dì il possa bru
nire (come ti dirò quando hai a mettere cornici o
foglie), guarda di cogliere i pezzetti così come fa il
maestro che vole inselliciare(13)
la via, acciò che sem
pre vadia rispiarmando l'oro il piu' che puoi, facen
done masserizia(14),
e coprendo con fazzuoli bianchi
quell'oro che hai mettudo.
Note -------
1. riversciata: distesa.
2. puzza:forse sta
per "pustola", bollicina o vescichetta.
3. pezza di lesca di
panno lino: straccio di filo di lino (v. anche
Cap.CXIV, nota 1).
4. dentello: brunitoio,
che un tempo si faceva anche con un dente
di animale (v. Cap. CXXXV).
5. qualivamente: uniformemente.
6. una corda: v. nota
8.
7. sibito: subito.
8. fa' che soprapponga
con quel che metti, quel ch'è
messo, una corda: si puo' interpretare: "fa in modo che la foglia d'oro
già applicata venga ad essere coperta con una nuova foglia d'oro (lungo
il suo bordo) per un tratto largo quanto lo spessore d'una corda.
Era detta corda anche la cimosa di certi tessuti.
9. soiatti:forse viene
da sogatti, strisce di pelle, corregge. La lezione
del Tambroni (op. cit.) fatta sul Codice Ottoboniano ha soratti in luogo
di soiatti.
10. cimatura:è
la borra che si produce cimando i panni di lana:
serviva come imbottitura.
11.cucinello:cuscinetto
12. mella: v. Cap.
cxv, nota1).
13. inselliciare:selciare
14. masserizia: risparmio,
provvista.
CAPITOLO CXXXV
Che priete son buone a brunire il detto oro mettuto.
Quando comprendi che 'l detto oro sia da brunire,
abbi una prieta che si chiama lapis amatita, la quale
ti voglio insegnare com'ella si fa. E non avendo questa
prieta (e migliore è, a chi potesse fare la spesa, zaffiri,
smelaldi(1), balasci(2),
topazii e granate), quanto la prieia
è più gentile tanto è migliore. Ancora è buono dente
di cane, di leone, di lupo, di gatto, di leopardo, e ge-
neralmente di tutti animali che gentilmente si pascono
di carne.
Note -------
1. smelaldi: smeraldi.
2. balasci: pietre preziose costituite da una varietà
di spinello,
trasparenti e rosse come il rubino.
CAPITOLO CXXXVI
Come si fa la prieta da brunire oro.
Abbi un pezzo di lapis amatito, e guarda da sce-
glierla ben salda, sanza nessuna vena, col tiglio suo
tutto disteso da capo a pie'(1). Poi vattene alla
mola,
e arruotala, e falla ben piana e pulita, di larghezza
di due dita, o come puoi fare. Poi abbi polvere di
smeriglio(2), e valla bene acconciando, senza abbi
ta-
glio, pure un poco di schella(3) ritonda bene in
ne'
canti. Poi la commetti in uno manichetto di legno con
ghiera d'ottone o di rame; e fa' che 'l manico da capo
sia ben ritondo e pulito, acciò che la palma della
mano vi si posi ben su. Poi dàlle il lustro per questo
modo: abbi un profferito ben piano; mettivi su pol-
vere di carbone; e con questa prieta, inforgando-
la(4) bene in mano sì come brunissi va'
brunendo su per
lo profferitico; e diviene che la tua prieta s'assoda e di-
viene ben negra e rilucente che pare un diamante.
Allora se ne vuole avere gran guardia(5), che non
si
percuota ní tocchi ferro. E quando la vuoi adoperare
per brunire oro o ariento, tiella prima in seno(6)
per
cagíone che non senta di nessuna umidezza, ché l'oro
è molto schifo.
Note -------
1. col tiglio suo tutto disteso
da capo a pie': qui << tiglio >> as-
sume il signifcato di struttura. Pertanto la frase va intesa come
segue: << di struttura uniforme in ogni suo punto >>.
2. polvere di smeriglio: da VANNOCCIO BIRINGUCCIO
(De la Pro-
technia, Venezia, 1540, Cap. XX), lo smeriglio è così descritto:
<< Lo smeriglio è un mezzo minerale composto in forma di pietra
durissima di color negro, macinato anchor chel sia fatto suttile
e ruvido et corrosivo sopra alla cosa dove si frega con esso
si spianano et conciano et intagliano tutte le gioie et tutte
le sorte de le pietre dure et così ancho netta il ferro da ogni
machia et rubedine... >>. Si tratta dunque
di quella roccia ancor oggi chiamata smeriglio e costituita da una
miscela di corindone con magnetite e altri minerali (silicati).
3. schella: vocabolo derivato forse dal latino
schidia, scheggia o
frammento.
4. inforgandola: forse sta per << inforcandola
>>, ossia
stringendola tra le dita come i denti di una forca.
La lezione del Tambroni, fatta, sull'Ottoboniano ha
<< inforzandola >>.
5. gran guardia: grande cura.
6. tiella prima in seno: per asciugarla perfettamente
col calore
del corpo.
CAPITOLO CXXXVII
Come si de' brunire l'oro, o porre rimedii quando
non si
potesse brunire.
Ora è di bisogno di brunir l'oro, perché n'è
venuto
il tempo suo. Egli è vero che di verno tu puoi mettere
d'oro quanto vuoi, essendo il tempo umido e morbido,
e non alido. Di state, un'ora mettere d'oro, un'altra
brunire. Mo sarà egli troppo fiesco, e verrà una ca-
gion che si converrà brunire? tiello in luogo che senta
alcun vampore di caldo, o dell'aiere. Mo sarà troppo
secco? tiello in luogo umido, sempre coveto; e, quando
lo vòi ben brunire, scuoprilo piano con sentimento,
ché ogni piccola fiegatura gli dà impaccio. Metten-
dole in canove(1) a pie' delle veggie(2)
o ver botti riviene
Note -------
1. canove: cantine.
2. veggie: botti. << Veggia >> deriva
dall'osco veia e dal
latino vehes, che significano appunto botte.